Piccole-medie imprese e web 2.0: solo l’1-2% lo utilizza a livello marketing e ottiene ottimi risultati.

di Giorgio Soffiato

La nostra blogger Alessandra Luise è stata partecipe di una ricerca condotta dall’osservatorio Tedis.

Sostanzialmente Alessandra ci ha detto che il web 2.0 scivola addosso alle piccole e medie imprese che a fatica ne riconoscono l’importanza e solo in rarissimi casi (parliamo dell’1-2%) lo implementano.

Il lavoro sui dati dell’osservatorio Tedis è stato minuzioso e certosino ed è stato necessario guardare indietro per scoprire che gli strumenti di maggiore interattività che le imprese utilizzano solo news e rassegna stampa, con alcuni comparti come il mobile in evidenza positiva ed altri come la moda pesantemente in ritardo.

La discussione si è sviluppata lungo diversi temi che si sono sovrapposti con ottimo timing, in particolare si osserva in maniera incontrovertibile che siamo di fronte ad una frammentazione tra chi utilizza il web 2.0 e guarda avanti (i aziendali?) e chi fatica ad entrare in internet con una presenza forte. Per anni ci siamo detti che il problema è legato alla C di più che alla I di informatica, la personale convinzione che ho espresso è che il problema sia in realtà legato alla I di infrastruttura.

e co hanno cambiato il modo di vivere la rete e servizi come l’ottimizzazione dei siti e la gestione della reputazione funzionano, il posizionamento sui fa vendere, ed è apprezzato. Proprio come sono apprezzate le fiere e le pubblicità off line perché, costose e old stile finché vogliamo, fanno vendere e portano risultati che per quanto scarsamente misurabili sono comunque reali.

Allo stesso modo il web 2.0 richiede competenze e risorse umani e temporali (la solita storia..) che le imprese non hanno e non riesce cosi bene se messo in mano alle agenzie, non mi tiro la zappa sui piedi dicendo questo perché molte grandi imprese hanno dimostrato che si può fare 2.0 e social media senza internalizzarne l’operatività, e senza internalizzare anche la strategia, l’importante è disporre di una figura ponte che comprenda questo linguaggio e riempia il dizionario vuoto (su questo tema) dell’impresa permettendole di parlare con l’agenzia (o viceversa).

Guarda caso le poche pmi che hanno compreso questa struttura prosperano e fanno parlare di sé.

La realtà è che a molti manca la terra sotto i piedi perché si era scommesso a livello personale su una forte penetrazione del web 2.0 come infrastruttura ideale per dare senso a quello storytelling individuato come driver del futuro del made in Italy.

Abbiamo compreso tutti che per tenere distante l’Oriente dobbiamo creare valore, tutti ci riconoscono l’abilità di farlo, siamo i capitalisti delle emozioni e gli economisti del design ma di fronte a youtube e wordpress ci tremano le gambe, perché? E’ di certo un problema infrastrutturale (quando e device mobili connessi saranno più diffusi le cose andranno meglio, speriamo) e generazionale (quando le decisioni d’acquisto saranno più influenzate dalla rete il web 2.0 sarà meglio compreso, speriamo) ma la realtà è che c’è ancora molto da fare e che la tecnologia procede rapidamente e fatica a risultare affascinante agli occhi delle imprese italiane.

Abbiamo un bel dire sostenendo che la tecnologia è un mezzo e non un fine e che siamo di fronte ad un problema di e ma non possiamo ignorare un immobilismo che mette in discussione la nostra economia e non possiamo accontentarci di sopravvivere lavorando sulla frontiera virtuosa.

Chi oggi ha definito “emergenza paese” (in ambito economico-informatico, è ovvio) questo problema non ha sbagliato di troppo. Le pmi italiane dovrebbero imparare a comunicare il proprio valore commerciale.

Autore: http://marketingarena.it
Data di pubblicazione: 28/04/2009

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