E-commerce in Italia perché va così male? Colpa di venditori o utenti? La situazione attuale.
Negli Stati Uniti, l’e-commerce sembra non andare troppo bene. In Italia, invece, secondo i risultati dell’ultimo rapporto sul commercio elettronico realizzato da Netcomm e dalla School of Management del Politecnico di Milano, nel 2008 l’e-commerce crescerà del 20% rispetto allo scorso anno e supererà i 6 miliardi di euro di valore.
Messa in questi termini, la situazione nel Belpaese sembra sostanzialmente positiva, ma il quadro si fa più complesso quando si entra nello specifico e quando si confrontano i risultati italiani con quelli degli altri Paesi europei. Come sottolinea Giovanni Arata su Punto Informatico, le vendite on line costituiscono solo l’1% del fatturato commerciale complessivo italiano e la quota di export si ferma al 15% del totale. Nel confronto con i Paesi europei più vicini all’Italia, il volume di vendite dell’e-commerce italiano è pari a un terzo di quello realizzato in Francia, a un quinto di quello tedesco e addirittura dieci volte inferiore a quello britannico.
L’e-commerce italiano, quindi, è senza dubbio più arretrato rispetto a quello degli altri Paesi industrializzati. Per cercare di spiegarne i motivi, Arata ha chiesto il parere di esperti ed operatori di settore. Secondo Andrea Polo, responsabile relazioni esterne di eBay Italia, in Italia stiamo arrivando solo ora a quella fase di passaggio che altri Paesi hanno già visto realizzarsi e che consiste nel «momento in cui gli acquisti on line smettono di essere un’esperienza per iniziati» e si trasformano in realtà di massa.
Fabio Pieroni, direttore vendite Media World Compra On Line, sofferma l’attenzione anche sui problemi dei sistemi logistici e delle infrastrutture informatiche. «I vettori espressi italiani» spiega a Punto Informatico «non godono delle stesse credenziali di efficienza dei loro rispettivi colleghi europei, e qui acquisti on line trovano ostacolo anche nella più ridotta presenza di connessioni a banda larga rispetto alla media comunitaria». La difficoltà di creare un abitudine al commercio elettronico dipende anche dalla situazione di arretratezza delle infrastrutture informatiche e dal digital divide che affligge una larga parte della popolazione italiana.
Ma c’è anche chi punta l’indice contro i produttori. Alessandro Perego, professore di Logistic Management al Politecnico di Milano, fa notare che il ritardo culturale non riguarda solo i consumatori italiani, ancora più propensi ai canali di acquisto tradizionali, ma anche gli imprenditori e gli operatori di settore, che dovrebbero offrire condizioni di acquisto più semplici e intuitive.
Autore: Pierluigi Emmulo













